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Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

Almanacco dello Specchio 2008


Nuove poesie di Alberto Pellegatta sono uscite nell'Almanacco dello Specchio Mondadori 2008

Alberto Pellegatta, Paratassi, Edb edizioni Milano

Non c’è nessuna casa. Andando avanti così

non ci saranno neanche i viali nei quadranti

le mani i nani i cani - le circonvallazioni.

Questo campo è lo schermo delle belle intenzioni.

Non ha smesso di piovere su via Garigliano

tra le infiltrazioni e l’assestarsi delle pietre,

il pulviscolare sgranchirsi del corpo principale...

Facile arrivarci. Però non saprei dire

se va poi verso i morti o all’ospedale

se dai navigli al tribunale è il 30 o il 29

*

There is no house. Going on like this

there will be no avenues in the squares

hands dwarfs dogs – ring roads.

This field is the screen of our good intentions.

It has not stopped raining on Via Garigliano

between seepages and the settling of stones,

the dusty stretching of the building’s main body…

It’s within easy reach. But I wouldn’t know

whether it then goes towards the dead or the hospital

whether to take the 30 or the 29

from the Navigli to the Law Courts.


da Paratassi (EDB Edizioni Milano)
Telefono EDB per ordini: 02.39.31.36.06

Pierluigi Lavagnino

Nei gesti pazienti e stratificati come nei panorami narcotizzanti e sospesi e nella delicata grazia della composizione, Pierluigi Lavagnino, nella mostra allestita alla neonata galleria milanese di Cristina Sissa e introdotta da Gianni Cavazzini, si riconferma il raffinato maestro italiano del naturalismo informale di Fautrier e De Staël.

Nato a Chiavari nel ‘33, Lavagnino incominciò a dipingere fin dai primi anni Cinquanta. La scoperta dell’impressionismo di Cézanne, ma anche del concetto di tempo ritrovato, frutto di appassionate letture proustiane e della filosofia di Bergson, insieme agli oli veneziani di Turner, contribuirono a formare l’artista ligure, spingendolo a trasferirsi a Milano, allora epicentro della pittura italiana. La conoscenza di Morlotti, Chighine, Guenzi, Forgioli, Savinio e Ossola, lo introdusse in un clima di continua ricerca sul linguaggio pittorico, che lo caratterizzò fino alla morte. Sandro Parmiggiani curò, postume, ben tre pubblicazioni antologiche.

Questa esposizione, di quadri scelti con cura e testimoniata da un bellissimo catalogo, accompagna il visitatore attraverso tutti i gradi dell’incantesimo: dal paesaggio di spume del ‘57 che apre la raccolta, e che è somma di luoghi sovrapposti, intravisti, posti della memoria e orizzonti della mente, alle suggestioni di Torso (1960), in cui si affacciano forme sufficienti e primitive che evocano origini remote; dai chiarori improvvisi sui prati che sembrano profumare, dai paesaggi da inalare alle marine incise in eleganti grigi, dai panorami anemici e sognati, evaporati, fino ai mari che si diluiscono nel cielo, in dissolvenza. Il pittore spinge la scena a scomporsi, scardinandola dall’interno e restituendocela in quadranti tonali (Ritmi nel verde, 1967) o lasciando che la materia di cui è fatta la luce ricopra il fondo vegetale. Ogni elemento, ogni dettaglio in Lavagnino è studiato, ogni quadro è stato ripreso e lavorato a lungo, esito di un faticoso e incessante percorso, non di rado sofferto. Una bellezza schiva e segreta, quasi risentita, emerge dai quadri esposti, immagini di una tragedia naturale, di una scomparsa, resa abilmente attraverso il fuori fuoco. L’opacità diventa una possibilità della pittura di rifondare il passato, caricandolo di tensioni psichiche e riattualizzandolo. In Frutti (1979) lo sguardo, friabile, si chiude in 19 intensi centimetri. La compattezza della rappresentazione tende a mostrare il punto di contatto tra la natura e il suo interprete, coinvolgendo in questo anche l’osservatore. La luce, che popola i dipinti insieme alla materia, è elemento decisivo e fa pensare a un’indagine frontale sulla verità, in cui ciò che importa non è l’oggetto ma lo sguardo di chi lo ha frequentato, il suo specchiarsi all’interno della mente, «l’avvicinamento al centro dell’immagine» (Cavazzini) attraverso fratture e deformazioni che lo rendono più vero. Uno stato di ricerca continua che è anche qualità morale dell’artista.

Lo Studio d’Arte del Lauro propone, oltre agli oli, commoventi carte acquerellate, avvolgenti e grandangolari, e anche disegni, come quello del ’69, prezioso e raffinato contatto con Cézanne.

“Gazzetta di Parma” 17-11-05

Per un secondo o un secolo di Maurizio Cucchi

Per un secondo o un secolo è un libro semplicemente bello, allegro e limpido, ma anche cupo, opaco, “increspato solo un soffio”. Ognuna delle poesie sembra nata esattamente nel luogo dove la ritroviamo, in una di quelle sezioni attraverso cui si articola il libro, come un romanzo.

Cucchi ci ha abituato ai suoi personaggi, ma questo non è solo l’ultimo di una serie, è uno dei più complessi e formidabili. Un’identità fittizia, subito dichiarata, un’identità frantumata, fatta di piccole passioni, di tiepidi risvegli. Nel respiro della poesia di Cucchi, nelle “stanze ariose” per cui ci conduce, ritroviamo raccolto quell’insieme di mondi, quel luogo totale che forse non è neanche un paesaggio, ma che coincide coi luoghi della mente. L’esperienza, le abitudini (igieniche, prima ancora che morali), le verità dell’esistenza, passano attraverso i sensi dell’artista e si depositano su un fondo, scendono per i cavi digerenti del cervello e riaffiorano cariche di significati inediti, si riconcentrano in simboli, e sono vera poesia.

Per un secondo o un secolo si legge per il piacere di leggere. È una storia, un’avventura, e quando ne ripercorriamo i brani, questi si aprono a nuove interpretazioni. Quando l’abbiamo finito, ci accorgiamo che ci ha portati più lontani di dove credevamo, oltre la storia e oltre i personaggi, oltre.

La straordinaria complessità del protagonista coincide con la capacità che ha Cucchi di coglierla nel mondo e di trasfigurarla. I suoi misteri, persino i suoi pigiami, ci vengono descritti con un’abilità naturale e sapientemente condotta, controllata, con un’economia della parola, del discorso, col magma di una scrittura che crea essa stessa l’immagine, così scarna e intensa. Il personaggio emerge per accumulo di frattaglie biologiche e di frammenti spirituali. Il corpo diventa un atlante dell’anima, perché i misteri sono sì dell’anima, ma è il corpo libro dove si leggono. La prima persona si disperde nella coscienza delle parti, nella deriva delle molecole, mentre il cuore è un “immenso magazzino” che custodisce tutto, e l’unità è nella voce, nel tono, nel timbro.

Il verso del poeta, da limpido (quale quello a cui ci aveva abituato da Donna del gioco in poi) si increspa e si espande, respira scoprendo nuove sonorità, scendendo in nuove temperature e arrivando alla prosa poetica (peraltro non nuova nell’opera di Cucchi), proponendola verso la fine del libro come una delle esperienze più originali, più immediate e oneste tra tutte le strutture formali, informale per sua stessa natura, eppure legata al sentire più autentico, meno artificiale e quindi più difficile da cogliere.

Nel libro c’è un’identità che si costruisce pagina dopo pagina, c’è l’anima e c’è il corpo, c’è il diario di viaggio (che è anche viaggio interiore, viaggio totale, frontale), c’è il mercato, ci sono gli affetti. È un libro completo, organico e forte. A questa nuova forma di fare poesia, così diversa dagli inizi de Il disperso, Cucchi ci arriva attraverso diversi avvicinamenti, attraverso due libri come L’ultimo viaggio di Glenn e Poesia della fonte. Da allora la dispersione comincia a dare campo all’accumulazione dei frammenti, al loro essere messi in tasca e conservati, senza buttare via niente.

L’autore ama immergersi in atmosfere letterarie rivivendole non come artificio, ma in profondità, calandosi nella temperatura dei testi cui si riferisce (penso al Rimbaud del Cabaret-Vert).

Cucchi ha già dimostrato di riuscire a dare vita ai suoi personaggi, nutrendoli con l’esperienza che riconosce loro attraverso i gesti minimi di un agire sufficiente, e già abbondante, eccedente. Quando mi ha detto che la scrittura poetica è porosa, che si nutre di piccole abitudini sane, di complicità, e che rifiuta la prevaricazione, ma accoglie la diversità di forme che i sensi ci offrono, per contrastare almeno un po’ quel buio spesso di caverna, indecifrabile, duro, della materia - “se per salire leggerissimi nell’aria, o sprofondare nelle caverne, cupo, se per il gusto, per il torpore o il sogno…” - quando mi ha detto che la scrittura risente delle nostre azioni, perché le nostre azioni descrivono i nostri sogni e scrivono i nostri personaggi, voleva dirmi che essere corretto, magari nobile, bestialmente nobile, è tutto ciò che conta. E ciò che conta è la lotta contro i predatori. Questo è il senso della sezione dedicata all’ “opulenza spettacolare e oscena” del mercato, del “libero mercato”, disposto ormai a qualsiasi commercio: “Sulla via pedonale latino americana/c’erano tanti bastoncini bianchi,/però Esteban mi apriva gli occhi./A parte questi giri fitti/misti di ombre e lucciole/che mi attraversano il campo,/cos’è la cecità fluviale?/Cosa sarà la mano/invisibile, e l’economia/permeabile che sui banchi al mercato/porta organi freschi a mucchi/e baracche digitali?/A chi lo chiedo, mentre cammino,/cammino come sempre: a questi teneri/e selvaggi musicanti di strada?/Loro, la loro gloria senza nome,/l’hanno pagata cara”.

La scrittura è la morale dello scrittore, di chi non può essere complice delle ingiustizie, pena la morte dell’incanto e la fine della voce. Il male purtroppo sta anche nelle cose, nell’intenzione con cui si costruiscono e nella maniera in cui si agisce, così il male corrompe la scrittura. Ma è vero anche il contrario, che la letteratura e la poesia diventano un balsamo per la società, un filtro per quell’anima collettiva, quella macchina con molte teste e braccia che ha un potere reale nella Storia.

Collegato al mercato c’è l’uomo, il protagonista, che è una sorta di eroe del consumismo, è un “selvatico dissipatore” che però non perde niente, ma raccoglie e custodisce tutto “nel taschino del gilè”. Una delle sezioni più entusiasmanti è quella dell’atlante, atlante spirituale che però è scritto nel corpo, e che in quella “materia cotta” spiega i suoi misteri, dentro quel “sacco per l’umido”, e che si manifesta come sensazione, o come rumore digestivo, respiratorio, come una meccanica di sistole e microvilli. La sezione ci commuove particolarmente nel ricordo dell’amico Mauro Maconi, che ha ancora il corpo “stagno” dell’atleta, mentre la malattia lo consuma da dentro: “Pensavo che le cavità/fossero immensa/vacuità viscosa/e invece sono spugna o massa/polposa. Eppure tutto/così mirabile e perfetto,/sulla struttura fortemente vertebrata,/ma non di meno cruento, compresso/nella sua economia in crescita/vertiginosa, esponenziale”.

“La fine – di questo libro - si versa nell’inizio”, nell’origine di buona parte della poesia di Cucchi, in quegli affetti domestici che hanno concorso a crearne l’identità, identità letteraria e insieme biografica, anche se sommaria e per frammenti.

L’amore e gli affetti si rintanano nella pazienza, che fa sopportare molte cose, ma non per questo non ci fa vedere l’altra parte, l’altro lato dell’amore, quello sordido, violento, la sua deriva insomma. E così il libro si chiude con una devozione d’affetto, con la più dolce sincerità dell’uomo, con la necessaria pazienza, perché, infondo, “è andata così” e basta.

(Quotidiano La Provincia)

Gauche Divine

La segreta sopravvivenza dell’intelligenza, a Barcellona durante il franchismo, la lotta quotidiana per la libertà e contro l’oppressione, si intrecciano necessariamente con la vita dei poeti di quegli anni. I figli della guerra civile trovarono nella parola la chiave più autentica della rivolta, consapevoli dell’eredità di maestri come Aleixandre o Machado, ma originali nei toni e aggiornati nei temi. La sinistra divina è il titolo di una bella mostra fotografica che si è tenuta proprio a Barcellona. Si trattava di commoventi ritratti del gruppo di giovani “per bene” che si opposero al conformismo della loro stessa classe con la sola forza della letteratura. Collaboratori della rivista Laye e della casa editrice di Carlos Barrall, pubblicarono autori stranieri inediti. La “Scuola di Barcellona” - come la vollero definire gli accademici – assomigliò più a una comunità radical chic, dedita allo scandalo, ai festini, all’alcol, alle pastiglie, ma soprattutto, a scrivere schivando la censura; furono scrittori tutt’altro che omogenei, idealisti fino alla “transizione”, fino al disincanto democratico. Educati al whisky e a Eliot, ricercarono nella poesia una sospensione feriale - chi musicale o metafisica, chi narrativa o orizzontale - dall’affanno del mondo. Arrivarono a creare una poetica della conversazione amicale, come luogo dell’intelligenza.

Questa che proponiamo è un’antologia di testi che li rappresenti – per quanto sia impensabile sperare di esaurire così la loro conoscenza. Ai canonici nomi cui è ricondotta l’immagine del gruppo catalano vogliamo aggiungerne altri che hanno, a nostro avviso, il merito di aver concorso, lontani magari da Barcellona, a mantenere e innovare quell’«architrave» (Biedma) umana e letteraria che in Spagna ha corso pericoli gravissimi. Per aiutare a immaginare il clima sociale e letterario di quegli anni – ma anche per il piacere di riscoprire autori trascurati - si è pensato di introdurlo attraverso i testi di due poeti appartenuti alla generazione di mezzo tra i maestri e i giovanissimi. Una doppia esperienza, quella civile di Blas de Otero e quella più misteriosa di Juan-Eduardo Cirlot – che proponiamo come caso singolare nel panorama della poesia spagnola – opposte tra loro e a ridosso dell’età dei “padri”: Aleixandre, Antonio e Manuel Machado, Rafael Alberti, Gerardo Diego, fino a Juan Ramón Jiménez, Miguel Hernández, al catalano Pere Quart. Due esperienze importanti che faranno da viatico alla “rivoluzione” dei nati negli anni Venti, innovando la lingua e rispondendo a nuove urgenze: il franchismo che, peggio, se possibile, del fascismo in Italia e più odioso, bestiale, stava aggredendo ogni attività culturale, censurando e costringendo molti a pubblicare in America Latina, tenuti d’occhio dal regime, tollerati solo se borghesi, come Biedma, Goytisolo o Barrall. Questi che seguono sono i figli di quella guerra civile, poeti che il critico Castellet riunì in una celebre antologia, tradotta negli anni Settanta anche in Italia da Feltrinelli.

L’età di mezzo: Cirlot e Blas de Otero

Juan-Eduardo Cirlot, noto in vita come studioso d’arte più che come poeta, è stato recentemente riscoperto dalla critica. È nato a Barcellona nel 1916, ha studiato al conservatorio e durante gli anni della guerra strinse contatti col fratello di Luis Buňuel, Alfonso, iniziandosi al surrealismo e introducendo nella produzione poetica questa variabile. Col drammaturgo catalano Joan Brossa (padre del poema-oggetto) creò il gruppo Dau al Set (Dado a sette punti, nome che evoca l’impossibilità irrazionale). Nonostante Cirlot scrivesse quasi contemporaneamente ai poeti della “Scuola di Barcellona”, la sua produzione rimase estranea a quella linea. Secondo Cirlot, si potrebbe dividere la produzione poetica spagnola in tre tappe: il predominio del romanticismo (1940-44), il surrealismo (1944-47, con Cirlot e Segalá) e il ritorno al neoromanticismo (con i redattori della rivista Laye, Folch, Barral, Costafreda, Oliart, Ferrán, Biedma). Pubblicò il primo libro nel 1942 ma Obra poética (1997) racchiude l’intera sua produzione in versi.

da Opera poetica:

IL POETA

Quest’uomo di cavalleria dispersa, non è altra cosa che l’esumatore di un mondo ancora irredento. Ha appreso, soffrendo, formule magiche che gli altri non conoscono: rapporti per evocare e ricreare le danze interiori.

Razze sordomute, perse nei loro passaggi più profondi, prendono la parola bruscamente e, dalla valle addormentata sotto la nebbia, questo coro suona illuminando regioni desolate e magnifiche.

Così, fino a che tutta la terra non si trasforma in eco.

*

ALBERO AGONICO

L’albero che nei miei occhi soffre e cresce

aspetta le tue colombe abbaglianti.

Senza frutta, con le foglie desolate

estatico si alza. Non fiorisce.

Senza il sangue blu. Rimane

sempre sterile; i rami rotti

come arterie e senza fiori, disabitati:

vestigia di altro mondo che sparisce.

Vestigia del mio orrore cristallizzato

in lamenti senza voce; duri fulgori

metallici, che coprono la tortura

eterna di questo mostro manierista

che estende disseccata la follia,

sotto il cielo scuro e il silenzio.

*

Se la bestia singhiozza nel paesaggio

per i seni incisi, per il polpo

che lento si beve l’orizzonte.

Le mani della notte si preparano,

frenetiche di altari accesi,

sulla dolce spugna del suo ventre.

Un muggito di vergine o di vacca

rimbomba nelle pareti di legno

e le dita si rompono come nardi.

Quando le torri rosse si incorporano

nel tumulto legato alle battaglie,

all’inno del dolore che continua.

*

BERCEUSE

Sono sulla spiaggia

scura. Il mare oscilla.

Sulla barca eterna

tu vieni e vai.

Sono nella foresta

lontana. Il vento piange.

Nella casa eterna

tu vivi e non ci sei.

*

Così mi riconosco in quel muro,

e anche nell’edera che lo sgretola.

Tutto si sopravvive e si ripete

sulla grande canzone dello scatto.

Era come il colore del sacramento,

uno speciale belato di montagna;

qualcosa che incombeva senza piangere

mentre il disgraziato si affacciava.

La mano approssimò il suo gesto leggero,

le porte tremanti riposarono,

le tele separate della rosa

lasciavano le sue monete d’ambito.

La luce era morta nel profilo

di quell’immagine di oro sostanziale.

Dalla sua quiescenza eterna si allontanavano

foglie come cristalli in silenzio.

La sua voce non pronunciò il mio nome antico,

dalle sue mani di pietra non venne fonte.

Numeri interrati nei loro circoli

formavano aloni neri con dolore.

Io ero allora solo nella mia figura,

non conoscevo il filo dei tempi

né questa disgregazione fondamentale

che scricchiola se muovo la testa.

*

La mia testa non umana si affaccia alla finestra;

con occhi di dragone vedo passare gli uomini,

con bocca di vulcano assisto a uno splendore del crepuscolo,

con mani minerali e corpo di cristallo ritorto

sto in una casa umana.

*

SUL NON MONDO

Il «modello» del desiderio è lì. Il suo esistere non è segno di speranza (possibilità), la distanza (spazio, tempo), disunendo, impedisce. L’intuizione d’amore è assoluta. Tutto ciò che segue (essere o non essere) è relativo, contingente, deteriorato. Sta minacciando da dentro e da tutta l’esteriorità.

*

Blas de Otero è nato a Bilbao nel 1916. La sua è stata la poesia dell’uomo davanti alla morte, in un «canto frenetico a gironi» (Dámaso Alonso). Ancia, il libro che raccoglie la sua produzione, è il grido, l’urlo davanti alla desolazione delle due guerre, che non rinuncia a essere poesia d’amore e di speranza. Famoso per i suoi sonetti, è morto a Madrid nel 1979.

da Ansia:

UOMO

Lottando, corpo a corpo, con la morte,

al bordo dell’abisso, sto invocando

Dio. E il suo silenzio, rimbombando,

affoga la mia voce dentro al vuoto inerte.

Oh Dio. Se devo morire, voglio tenerti

sveglio. E, notte dopo notte, non so quando,

sentirai la mia voce. Oh Dio. Sto parlando

da solo. Ragnatelando l’ombra per vederti.

Alzo la mano, e me la tagli.

Apro gli occhi: me li strappi vivi.

Ho sete, e diventano sale le tue spiagge.

Questo è l’uomo: orrore a mani piene.

Essere – e non essere – eterno, fuggitivo.

Angelo con grandi ali di catene!

*

E IL VERSO SI FECE UOMO II

Parlo di ciò che ho visto: della tavola

e del vaso; dell’uomo e dei suoi due morti;

scrivo per grida, dico cose forti

e mi sente anche dio. Così si parla.

Venite a vedere il mio verso per strada

la mia voce in pelle sotto la canicola.

Poeti da spuntino, gente ridicola.

Indietro questa fanfara! Che taccia!

Parlo come in prigione: schioccando

la lingua, con le mano a megafono:

«Tarchia! Che dici! Come! Dove! Quando!»

Scrivo come sputo. Contro la terra

(oh quei poeti tamarri, in sordina,

figli di papà) e contro il gelo.

*

AL PRINCIPIO

Se ho perduto la vita, il tempo, tutto

ciò che ho tirato, come un anello, in acqua,

se ho perduto la voce tra le erbacce,

mi resta la parola.

Se ho sofferto la sete, la fame, tutto

ciò che era mio e risultò essere niente,

se ho segato le ombre in silenzio,

mi rimane la parola.

Se ho aperto le labbra per vedere il viso

puro e terribile della mia terra,

se ho aperto le labbra fino a strapparmele,

mi resta la parola.

*

Sostenitori della felicità: il gruppo di Barcellona allargato

Jaime Gil de Biedma

«Credevo di voler essere un poeta, ma infondo volevo essere una poesia. E in parte, anche se male, ci sono riuscito; come qualsiasi poesia mediamente ben fatta, ora sono privo della libertà interiore, sono tutto necessità e sottomissione a quel tormentoso tiranno, a quel Big Brother insonne... per metà Calibano e per metà Narciso, lo temo soprattutto quando, accanto al balcone aperto, sento che mi domanda: “Che fa un ragazzo degli anni ’50, come te, in un anno indifferente come questo? All the rest is silence», così introduceva la propria raccolta completa Gil de Biedma - che smise di scrivere a trent’anni, lui che è stato il motore del gruppo. Nato a Barcellona nel 1929, ha viaggiato in Oriente per lavoro e ha pubblicato il suo primo libro nel 1953. Las personas del verbo rimane l’edizione delle poesie licenziate dall’autore. Traduttore di Eliot e Isherwood, fine critico letterario, è morto prematuramente nel 1990, consegnandoci anche un gustoso diario postumo.

da Le persone del verbo:

ARTE POETICA

A Vicente Aleixandre

La nostalgia del sole sui terrazzi,

sul muro color piccione di cemento

- senza dubbio vivido – e il freddo

repentino che quasi ci sorprende.

La dolcezza, il calore delle labbra, soli

in mezzo alla strada familiare

come in un grande salone, dove arrivano

moltitudini lontane come esseri amati.

E soprattutto la vertigine del tempo,

il gran bouquet che si apre nell’anima

mentre sopra galleggiano promesse

che si sfanno come spume.

È senza dubbio il momento di pensare

che il fatto di star vivi esige qualcosa,

forse eroicità – o basta, semplicemente,

qualche umile cosa comune

da stringere tra le dita, con un poco di fede?

Parole, per esempio.

Parole di famiglia guastate tiepidamente.

*

AMICIZIA NEL TEMPO

Passano lenti i giorni

e molte volte siamo stati soli.

Però poi ci sono momenti felici

per abbandonarsi all’amicizia.

Guarda:

siamo noi.

Un destino condusse destramente

le ore, e germogliò la compagnia.

Giungevano le notti. Per amore loro

accendevamo parole,

le parole che poi abbandonammo

per salire più in alto:

iniziammo a essere i compagni

che si conoscono

oltre la voce o il segno.

Adesso sì. Possono alzarsi

le parole gentili

- queste che ormai non dicono cose –

galleggiare leggermente nell’aria;

perché siamo impigliati

nel mondo, sarmentosi

di storia accumulata,

la compagnia che formiamo è piena,

frondosa di presenze.

Dietro ognuno

veglia la casa, il campo, la distanza.

Silenzio.

Voglio dirvi qualcosa.

Soltanto voglio dirvi che siamo tutti uniti.

A volte, parlando, qualcuno dimentica

il suo braccio sul mio,

e io benché taccia ringrazio,

perché c’è pace nei corpi e in noi stessi.

Voglio dirvi come tutti trascinammo

le nostre vite qui, per raccontarle.

Lungamente gli uni con gli altri

nell’angolo a parlare, tanti mesi

da non ricordare, e nel ricordo

la gioia è uguale alla tristezza.

Per noi il dolore è tenero.

Ahi il tempo! Già tutto si comprende.

*

ULTRAMORT

Una casa deserta che io amo,

a due ore da qui,

mi serve da conforto.

Sulle sue tegole rosate dall’erba

la luna si spossa,

si addormenta il sole temporale.

Tra le sue mura il silenzio esiste

che ora io immagino

- sognando di vivere

una seconda infanzia prolungata

fino all’esaurimento

della carne, felice.

Mi affaccerò silenzioso a vedere il giorno,

contento di stare solo

con la vita che mi basta.

Trovare nel letto un altro corpo,

per non più di qualche notte,

sarà come bagnarmi.

*

AMORE Più POTENTE DELLA VITA

La stesso sole nel tuo paese,

che esce dalle nuvole:

allegra e delicata traccia sulle foglie,

fulgore su un cristallo, modulazione

dello spento luccichio della pioggia.

La tua stessa città,

la tua città di innumerabile cristallo

identica e distinta, cambiata dal tempo:

strade che non conosco e la piazza antica

popolata dagli uccelli,

la piazza in cui una notte ci baciammo.

La tua stessa espressione,

dopo tanti anni,

questa notte quando mi guardi:

la tua stessa espressione

e l’espressione ferita delle labbra.

Amore che è come la vita,

amore senza esigenza di futuro,

presente del passato,

amore più potente della vita:

perduto e ritrovato.

Trovato, perduto…

*

PEEPING TOM

Occhi solitari, ragazzino attonito

che sorpresi a guardarci

in quella piccola pineta, vicino alla Facoltà di Lettere,

più di undici anni fa,

mentre mi separavo,

ancora stordito di saliva e sabbia,

dopo esserci rotolati entrambi mezzi vestiti,

felici come bestie.

Il tuo ricordo, è curioso,

con quale riconcentrata intensità di simbolo

va unito a quella storia,

la mia prima esperienza d’amore corrisposto.

A volte mi domando che sarà stato di te.

E se adesso nelle tue notti accanto a un corpo

ritorna la vecchia scena

e ancora spii i nostri baci.

Così ritorna a me dal passato,

come un grido sconnesso,

l’immagine dei tuoi occhi. Espressione

del mio stesso desiderio.

*

IL GIOCO DI FAR VERSI

Il gioco di far versi

-che non è un gioco- è qualcosa

che assomiglia in linea di principio

al piacere solitario.

Con la prima muta,

negli anni nostalgici

della nostra adolescenza,

incominciammo a scrivere.

E sono le nostre poesie

del tutto immaginarie

-troppo inesperte

neppure copiate-

perché la Poesia

è un angelo astratto,

e, come tutti quelli,

predisposto a lusingarci.

L’arte è un’altra cosa

Diversa. Il risultato

di molta vocazione

e un po’ di lavoro.

Imparare a pensare

in versi misurati

-e non ai sentimenti

con cui ci esaltavamo-,

trattare la lingua

come fosse magica

è un buon esercizio,

che arriva a ubriacarci.

Alla fine lo strumento è

accordato:

la migliore poesia

è il Verbo fatto tango.

E le poesie sono

un modo che adottiamo

perché ci capiscano

e per capirci.

Quello che importa spiegare

è la vita, le forme

della sua filantropia,

le notti dei suoi sabati.

La maniera che ha

soprattutto in estate

di essere un paradiso.

Sebbene, di quando in quando,

se una di quelle notti

che se le porta il diavolo

uno pensa alla storia

di questi ultimi anni,

se pensa a questa vita

che ci riduce a pezzi

di legno marcio,

perduti in un naufragio,

la coscienza gli pesa

-per tentare

di convincersi in segreto

d’essere ancora degno.

Il gioco di far versi,

che non è un gioco, è qualcosa

che finisce somigliando

al vizio solitario.

*

ALBADA

Svegliati. Il letto è più freddo

e le lenzuola sporche per terra.

Dai vetri della veranda

arriva l’alba,

con il suo colore di soprabito autunnale

e le calze da donna.

Svegliati pensando vagamente

che il portiere di notte vi ha chiamato.

E ascolta nel silenzio: ripetutamente

in lontananza, si ascoltano sferragliare

i tram che portano al lavoro.

E’ l’alba.

Andranno accumulandosi i fiori

recisi, nei chioschi delle Ramblas,

e canteranno gli uccelli –quei cornuti-

dall’alto dei platani, guardando ritornare

la nera umanità che va a letto

dopo l’alba.

Ricordati della camera dove hai dormito.

Affonda la testa nei cuscini,

sentendo ancora l’irritazione e il freddo

che da l’alba

accanto al corpo che tanto ci piaceva

ieri notte,

e pensa che dovresti alzarti.

Pensa alla casa ancora scura

dove entrerai per cambiarti il vestito,

e all’ufficio, col sonno da vincere,

e alle molte altre cose che si annunciano

già all’alba.

Anche se accanto ascolti il sussurro

di un altro respiro. Anche se cerchi

quel poco di calore tra le sue cosce,

mezzo addormentato, inizi a rabbrividire.

Anche se l’amore non smette d’esser dolce

una volta fatta l’alba.

Vicino al corpo che di notte mi piaceva

tanto, nudo, lasciami che accenda

la luce per baciarti viso a viso,

all’alba.

Perché conosco il giorno che mi aspetta,

e non per il piacere.

*

Carlos Barral è nato sempre a Barcellona nel 1929, poeta, editore e memorialista, lavorò instancabilmente sui versi elaborando forme colte e preziose, iniziò a pubblicare negli anni Cinquanta e Poesia completa raccoglie tutti i testi in versi. Fu, nel gruppo di Barcellona, il più anticonformista. Attualmente la casa editrice Seix Barral è stata assorbita dal gruppo Planeta, ma continua a focalizzare la sua attività sulla poesia.

da Poesia completa:

COGNOME INDUSTRIALE

Molto tempo,

durante le rare visite, quando andavo

guadagnando giorno per giorno, mi produco

un’impressione amabile.

Restava un odore acre,

come di vernice, e un sapore di legno e di ferro nobile,

la memoria del rumore e le immagini

meravigliosamente decomposte.

Ricordavo un angolo

guastato dalle mani,

tenero come la voce del padre,

e un luogo con sfere di marmo.

Ma quel portone

che un giorno attraversavo

e l’altro dimenticavo, per motivi

quasi magici,

si fece presente.

Lì c’era il mio nome

scritto, lì di mattina

presto si fermava la luce,

l’aria... e tutto quanto facevo,

tutto era pagato, tutto a credito

di resa libertà, di coscienza

confusa...

No, non voglio, dissi

guardando i mucchi

di rottami,

la terra verde e nera della strada futura

... e una ragazza triste che passò

senza fretta...

E ero libero

solo di dire ciò che non importa.

*

LA PANCA

Guarda il nonno e di:

è sorprendente

che ancora pensi e immagini. È una rovina,

un lago di memoria che sprofonda

in caverne di dimenticanza, per burroni

di ossa apparenti

di secoli. Ma inventa,

inventa per te una lunga storia

del vivere oltre il destino,

di accovacciata mummia nelle stanze

e fantasma nelle sale dei vicini.

Tenta un gesto ampio che comprenda

un po’ di amore per il visibile e per te stesso

e ti invita a inventare mentre si siede

sul teso sgabello di fronte alle fiamme

che eseguono un dramma di impazienza

con biondi fiamme azzurre.

*

Alfonso Costafreda è nato a Lerida nel 1926 in una famiglia benestante. Studiò diritto e iniziò a scrivere poesie. Continuò gli studi a Barcellona, dove entrò in contatto col gruppo di poeti catalani. Nel 1951 pubblicò 8 poemas. Il suicidio dell’amico e critico Gabriel Ferrater, autore in versi in catalano e confidente intimo di Jaime Gil de Biedma, segnò il giovane autore. Nel 1973 finì di scrivere Suicidios y otras muertes (raccolto poi insieme al resto dell’opera nella Poesia completa), suicidandosi l’anno seguente.

da Poesia completa:

IL TERRORE PREVENTIVO

Diedero al fuoco virulenza,

calcificarono boschi e fiumi.

Il nome della Giustizia

ingiusti testimoni hanno alzato,

e altri e altri crimini

che sarebbe prolisso enumerare,

e un altro delitto commisero

più raffinato e atroce.

Conficcarono nel petto umano

la coccarda del terrore.

Che la paura dell’abisso fuori

peggiore che il proprio.

Sacerdoti di un nuovo culto

-e quanto antico-

il terrore preventivo reinventarono,

principio e croce di tutta la sottomissione.

*

QUI E Lì

A Blas de Otero

Qui posiamo una pietra e di là arranchiamo

un’ombra; piantiamo qui un albero, qui,

e in punta di piedi là un idolo sbricioliamo.

Qui un poeta canta parole vere,

là parole cieche a colpi interriamo.

Là nei campi più bassi, là in Andalusia,

un giorno –per esempio- con cura marchiamo;

qui sull’alto tavolino, qui a Madrid, adesso,

in questa primavera un’altra più luminosa

progettiamo.

*

L’ALBA

Dimmi di sì, di no,

dell’alcol dal sapore amaro

durante l’alba prestissimo,

vacillante e infermo il cuore.

Cit, cit, cit, tuit, tuit, tuit,

La morte canta negli uccelli

Si infiltra il suono breve,

presago e sordo tiritìt, titiritì,

otto ottavi di povertà

in quest’alba dei gemiti.

*

Come una casa grande e spopolata

mi si è riempito il cuore di freddo.

L’allegria e i sogni, la speranza,

con le prime foglie già se ne sono andate.

Forse deve tornare la primavera,

non tornerà il suo tempo per il mio.

*

José Agustin Goytisolo è nato a Barcellona nel 1925 da una grande famiglia di industriali. Fratello di Juan, famoso romanziere e Luis, giornalista, ha pubblicato diversi libri di poesia, da El ritorno (1955) a Poeta en Barcelona (1997). Si uccise all’indomani del suo settantacinquesimo compleanno, dopo aver festeggiato ascoltando il grande Paco Ibaňez cantare la sua Canzone per Giulia.

da Il ritorno:

CIMITERO DI SUD-EST

Ah, gli abbandonati!

Case avete come luoghi

per occuparvi, impalpabili.

È facile dimenticare che siete distinti

collocati così

che non fate uso

delle piccole porte

che nelle vostre ultime stanze

non c’è un tiepido letto

né un vaso di cristallo

aspettando il contatto delle labbra

carne fango e cenere

continuate con la vostra morte.

Salute abbandonati!

*

IN STRADA

Ragazzi, amici della strada e veloci

frombolieri brava gente.

Voi siete stati la mia prima scuola

di lotta e di amicizia.

Con la mano tesa, senza pietra,

io vi riconosco, adesso.

Voglio che vi ricordiate la luce, l’aria

la neve del luogo.

Voglio che ritorniamo al pane duro,

alla frutta furtiva.

Venite qui, la terra è nostra. Ascoltatemi.

Devo parlarvi.

*

LAYE

Berrò un giorno

il vino rosso d’aria e

dalla tua ritrovata libertà

uscirò per le tue strade

cantando

cantando fino a rimanere senza voce.

Perché sarà di nuovo

e per sempre

terra di valenti

rifugio di poveri

capitale dei mari,

archivio della cortesia

tu Laye mia città.

*

Ángel Gonzáles è nato a Oviedo, nel nord atlantico della Spagna, distante geograficamente da Barcellona, ma unito agli altri autori dalla grande qualità dei testi e da un’abilità nell’uso dell’ironia. Pubblicò il primo libro, Aspero mundo, nel 1956, raccogliendo infine tutti i versi in Palabra sobre palabra (1986). Nel 1985 ha vinto il premio Principe di Asturia e il premio Regina Sofia. È membro dell’Accademia Reale per la lingua spagnola.

da Parola su parola:

ASPRO MONDO

Perché io mi chiami Ángel Gonzáles,

perché il mio essere pesasse sulla terra,

fu necessario un ampio spazio

e un lungo tempo:

uomini di tutti i mari e di tutte le terre,

fertili ventri di donne, corpi

e altri corpi fondendosi incessantemente

in altri corpi nuovi.

Solstizi e equinozi illuminarono

con la loro luce mutante il cielo,

il viaggio millenario della mia carne

mentre si inerpica per secoli e ossa.

Dal suo passaggio lento e doloroso

dalla fuga verso la fine, sopravvivendo

naufrago, afferrando

l’ultimo sospiro ai morti,

non sono altro che il risultato, il frutto,

quello che rimane, marcio, tra i resti;

quello che vedete qui,

solo questo:

un detrito tenace che resiste

alla rovina, che lotta contro il vento,

che avanza per cammini che non portano

da nessuna parte. L’esito

di tutti i fracassi. La loquace

forza della disperazione.

*

GEOGRAFIA UMANA

Lubrica Polinesia di lunari

sul mare pulito dei tuoi fianchi.

Tropico del tabacco, del legno

rimestato dalle onde dei tuoi mari.

Nei ghiacciati circoli polari

tutta la tua superficie si riverbera...

Sotto la luce della tua primavera,

sul punto di scongelare.

I salmoni procedono nelle tue vene

rompendo meridiane e impazzendo.

Le api volano dalle tue colline.

Terreno fertile, orto di dolcezze:

tanto varia ricchezza di bellezza

pesa sulle tue spalle, che ti incurva.

*

QUELLO ERA AMORE

Le commentai:

- Mi entusiasmano i tuoi occhi.

Ed ella disse:

- Ti piacciono da soli o con il rimmel?

- Grandi,

risposi senza dubitare.

E sempre senza dubitare

me li lasciò su un piatto e se ne andò a tentoni.

*

GLOSSARIO A ERACLITO

1

Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume.

Tranne quelli molto poveri.

2

I più dialettici, i multimilionari:

non entrano due volte nello stesso

costume da bagno.

3

(Traduzione dal cinese)

Nessuno si mette due volte nello stesso imbroglio.

(Tranne i marxisti-leninisti.)

4

(Interpretazione del pessimista.)

Nulla è lo stesso, nulla

rimane.

Meno

la Storia e la salciccia della mia terra:

si fanno entrambe col sangue, si ripetono.

*

INVITAZIONE DEL CRISTO

Disse:

Mangiate, questo è il mio corpo.

Bevete, questo è il mio sangue.

E tutto intorno si riempì di migliaia

di iene,

di vampiri.

*

Vecchio poeta incontinente

Da quella bocca secca

seguono fluendo senza dubbio sillabe

che formano parole senza senso.

A nessuno pare strano:

così – gialle, fredde –

crescono le unghie ai morti.

*

José Ángel Valente è nato a Orense nel 1929. Ha insegnato letteratura spagnola a Oxford, nominato Master of Arts. Il suo primo libro, A modo de esperanza (1953) ha vinto il prestigioso premio Adonais. L’opera in galiziano si raccoglie in Cántigas de alen. Punto cero ha vinto il premio Principe di Asturia nel 1988 e quello dedicato alla Regina Sofia.

da Punto zero:

Ho avuto un’altra libertà,

l’ho amata con un altro nome.

Tra

il desiderio e il suo oggetto c’era un tempo

riducibile a speranza.

I muri erano alti

per non vedere,

i cieli erano alti

per non vedere: il sogno

alto per non vedere

più sogni del sognato.

I semi cadevano e interravano

con quelli lo sguardo

rotondo per il frutto.

L’aria era piena

di potere e di uccelli,

la scodella materna

di profondo riposo,

la preghiera di risposta

e di luce sufficiente.

Ma non parlo di te, non parlo

di ciò che non ricordo.

È potuta durare la vita,

sicura e ripetuta,

essere promessa a dio.

E tutto

è potuto essere pasto oscuro

di un altro dio, di un altro sogno.

*

BIOGRAFIA SOMMARIA

Fece tre esercizi

di dissoluzione

e al quarto rimase solo

con lo sguardo fisso alla risposta

che nessuno poté dargli.

*

Antonio Gamoneda è nato a Oviedo nel 1931, ha pubblicato il primo libro nel 1960, poi una raccolta antologica nel 1987 dal titolo di Edad, continuamente aggiornata. Scrive in versi e prose poetiche nel bellissimo Libro del freddo (Premio Europa).

da Età:

(...)

Ma scendi, cuore, ripassa

erba segreta e cespuglio scuro

come la pianta antica del pastore.

Scendi a scrutare la trasparenza fredda,

nei boschi delle vene, senti

i ruscelli pacifici, il rumore

denso e materno del latte, ascolta

il passo prodigioso delle bestie.

Incrocia l’ombra del tuo corpo, passa

sulle impronte comunali, dormi

nel silenzio come un dio stanco

E, poi, concentrati sul sussulto puro,

sulla fresca, gloriosa sbandata

dell’acqua nella gioia, separa,

ripartita in luce, pallida spuma...

*

Non è la materia ciò che pacifica;

è la modulazione, volontaria:

il ventre solidale del coltello,

le teste indebolite, unanimi,

le sue labbra; la fisica dolcezza

che entra lentamente nel cuore e parla.

*

CANZONE DELLE SPIE

Non c’è salute, non c’è riposo. L’animale scuro viene in mezzo al vento e c’è un’estrazione di uomini da sotto i numeri della disgrazia. Fischiano i morti sulle labbra; non c’è salute, non c’è riposo. Cresce il nero barrito e disperde i fili del silenzio, e tu opponi la tua interezza, la tua leggerezza diurna e i timbri più tristi (sotto il sole incessante, con un catino di pianto, nella radice violetta dell’augurio) e le madri contrarie, la cui visione si forma nel fulmine, fanno scivolare i loro sguardi gialli nel bosco di lapidi.

Soffrono ancora gli uccelli? Tutto è insanguinato. Sordo nel fondo della musica, devo ancora insistere? C’è vigilanza nel luogo più triste della città, nei giardini interposti tra il mio spirito e la precisione funesta delle spie. C’è vigilanza nelle chiese e persecuzione nell’anima.

Guardati, allora, dalla calcificazione e dall’incesto; guardati, dico, da te stessa, Spagna.

*

Sii paziente nelle tue unghie, ah, cadavere che dormi questa notte nelle mie palpebre, salute, pietà;

ah, sii abile, abita con leggerezza l’ombra,

taci nelle mie labbra, entra nei miei anelli.

*

dal Libro del freddo:

Ho freddo vicino alle sorgenti. Sono salito fino a stancarmi.

C’è erba nera sui pendii e sui gigli lividi nell’ombra, ma, che ci faccio io, davanti all’abisso?

Sotto le aquile silenziose, l’immensità manca di significato.

Bibliografia degli autori tradotti:

- A. Costafreda, Poesía completa, Tusquets, Barcellona 1990

- C. Barral, Memorias, Península, Barcellona 2001

- J. Gil de Biedma, Retrato del artsista en 1956, Lumen, Barcellona 1991

- Biedma-Ferraté, Cartas, Sirmio, Barcellona 1991

- J. Gil de Biedma, Las personas del verbo, Seix Barral, 1982

- J.Á. Goytisolo, Poeta en Barcelona, Libros de la frontera, Barcellona 1997

- Á. Gonzáles, Palabra sobre palabra, Seix Barral, Barcellona 1986

- J.Á. Valente, Punto cero, Seix Barral, Barcellona, 1980

- A. Gamoneda, Libro del frío , Germania, Valenza 2000

- A. Gamoneda, Edad, Catedra, Madrid 1987

- Blas de Otero, Ancia, Visor, Madrid 1997

- C. Barral, Poesía completa, Lumen, Barcellona 1998

- J. Gil de Biedma, El pié de la letra, Critica, Barcellona 1980

Bibliografia critica :

- C. Riera, La escuela de Barcelona, Anagrama, Barcellona 1988

- D. Torres Fierro, Estrategias, Seix Barral, Barcellona 1994

C. Riera, Partidarios de la felicidad, Círculo de Lectores, Barcellona 2000

Ultramort è un toponimo.

Laye è il nome iberico e preromano di Barcellona


(Nuovi Argomenti N.31/2005)