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Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

Poesia italiana contemporanea


La poesia non è più la cenerentola degli scaffali, non solo resiste, ma incrementa produzione e pubblico. Autori come Merini o Lamarque vendono migliaia di copie. Se la grande editoria è timida sulla possibilità di aprire ai più giovani, il lettore si è abituato alle piccole edizioni. Da quando è uscita la prima antologia sulla mia generazione nel ’99 (Poeti di Vent’anni, Stampa) case editrici e riviste si sono moltiplicate. A quella sono seguite declinazioni di ogni genere, fino al grande indulto della Parola plurale. Nuovissima poesia italiana (Mondadori) è la prima ricognizione di un grande editore.
Per orientarci chiediamo ai maestri: «Si cerca sempre di essere all’altezza della situazione. C’è sempre chi crede di scrivere qualcosa di originale, chi tenta, e alcune volte riesce. L’importante è non scoraggiarsi, c’è anche la fortuna», afferma Andrea Zanzotto. Maria Luisa Spaziani non ha dubbi: «Le persone sono stufe delle stupidaggini. In Italia non si fa neppure la decima parte di ciò che si fa in Francia o in Ungheria. Gli insegnanti non facciano passare troppe sciocchezze o solo musica leggera». Alla vigilia del Premio Cetona, il più brillante per i nuovi poeti, sentiamo Maurizio Cucchi, presidente della giuria: «la poesia resiste perché è una funzione essenziale. O l’uomo compie un cammino di Darwin alla rovescia, diventando una scimmia televisiva, o continua a dare valore alla parola. Chi reagisce alla volgarità circolante, che è anche linguistica, non può non chiederle aiuto. Dagli anni ‘70 è cambiato molto. Non ci sono più mediazioni ideologiche di tipo politico o letterario, e il desiderio di comunicare in poesia il proprio sentimento dell’esistere si è fatto più libero». I trentenni rispondono in ordine sparso, ma con fantasia e ricerca. Dopo l’apprendistato, si sono distesi nei flussi del web e contaminati con musica e scienza, ma anche con il pop. Il parlato è ormai una lingua tampone, così si cerca un linguaggio differenziato. Non un gioco virtuoso davanti al quale rimanere compiaciuti, ma qualcosa che crei attrito, che ecceda l’intenzione. I nuovi autori, pacificati con la tradizione, sono per Raboni postmoderni. Silvia Caratti, per esempio, ha scritto una raccolta viscosa e feroce («Potessi…andare a stanarti./E sventrarti.//hai paura, amore, delle dure parole?») diretta al «nucleo imparziale» dove c’è la «caduta del sangue nei vasi», «l’infinitesima crescita dei peli». L’ultimo lavoro è uscito su Almanacco2005. L’inverso ritrovato di Mary B.Tolusso è un libro senza complimenti, quasi indispettito: «così poco lirico…ci sono sempre quelli che aggiungono/sostanza alle cose…la cosa oscena, è la parola che manca». I suoi ultimi versi sono su Almanacco dello Specchio2008. L’esordio di Massimo Dagnino, Presente continuo, inizia con Il sogno dell’architetto: «Il panorama/quadrettato,disciplinato» è «frequenza» e misura. Qualche altro nome? Igor De Marchi, Andrea Ponso e Francesco M.Tipaldi.

da Epolis, 20 giugno 2009
www.epolis.sm

Lo stato dell’arte alla vigilia della 53° Biennale


Scomparse le gallerie storiche e frantumate le collezioni, eccoci alle mucche sotto formalina di Hirst. Gli epigoni di Wahrol dicono di recuperare l’arte povera, il concettuale, il pop, ma hanno reso tutto inoffensivo, narcotizzato. Lo scandalo fine a se stesso, la cancellazione dei maestri, l’arroganza della critica hanno cambiato lo spettatore. Due linee new age o un manichino non sono concettuali: lasciamo alla filosofia il compito di lavorare sui pensieri. Avere idee è il grado zero di ogni artista, poi servono tecnica e fantasia.
Quest’anno la Biennale di Venezia è anticipata dalle polemiche di Barbara Rose, scrittrice amica di Rauschenberg: «Koons, Cattelan? Tutti sopravvalutati. Vogliono fare impressione, ma lo choc non dura nel tempo… hanno rovinato l’arte. Esiste solo la manipolazione del mercato controllata dalle case d’asta, ma ancor più dalla pubblicità, dai libri e dai critici pagati. La crisi viene dal fatto che i ricchi non hanno cultura e i colti non hanno soldi. Un mondo che non permette lo sviluppo del gusto». La mostra aprirà a giugno, il direttore è Daniel Birnbaum, della Staedelschule di Francoforte. Il Leone alla carriera andrà alla cantante Yoko Ono, mentre qualche autore (la russa Anya Zholud dell’81, la cinese Tian Wang e la brasiliana Renata Lucas) riuscirà forse a farsi notare. Nel padiglione italiano si salvano in pochi: Valerio Berruti, Marco Cingolani, Aron Demetz, Luca Pignatelli e Valerio Carrubba.

Con la crisi dei titoli tossici è franato anche il mercato dell’arte, mostrando i vari “fenomeni” per quello che sono, dei vetrinisti. Nelle accademie di Berlino, Londra e New York non si tocca più un pennello, si studia Derrida e non Magnasco. Anche Baselitz lo ha detto recentemente: «abbiamo perso il contatto con il passato. Un milione di dollari per Hirst sono pochi, per un Tiepolo sono troppi». Giancarlo Ossola, protagonista degli anni di fermento della pittura italiana, in mostra alla Fondazione Bandera, ci spiega cos’è cambiato dagli anni ‘60: «Le cose sono peggiorate, la quantità ha prevaricato sulla qualità. C’è un problema di identità specifiche: i critici si sono sostituiti ai pittori. Ma non sarà certo un’epoca debole come la nostra a cancellare secoli di storia dell’umanità». Anche il filosofo Virilio non ha dubbi: «eventi perversi producono una supervalutazione di opere prima valutate con moderazione; il mercato dell’arte, al pari di quello di calciatori e star, fa sognare ricchezza. Un pubblicitario trasforma chiunque in un artista da 25/50 mila euro. I pittori vedono minacciate le loro possibilità di esporre, con la conseguente eliminazione del pluralismo a favore del più forte: il cinema parlato, l’arte motorizzata, attraverso la video-arte, ha contribuito a eliminare molte tecniche della rappresentazione. Ma se prendiamo la pittura, notiamo che essa ha modificato il paesaggio di Poussin. I dipinti di figure nella modernità, per esempio quelli di Bacon, non hanno eliminato Michelangelo».

Nuovi narratori italiani


La giovane narrativa italiana è inquieta, «nebulosa» l’ha definita uno dei suoi protagonisti, Wu Ming. New Italian Epic raccoglie i «contributi dalla diaspora intellettuale italiana» e avanza proposte. Due temi: «la morte del Vecchio, ossia il nostro ritrovarci orfani… ed essere a nostra volta fondatori», e «la dimensione perturbante degli oggetti narrativi non-identificati», quei libri che slittano dalla cronaca al racconto, dal giallo al fantasy. Una migrazione di scrittori e la rottura del modello precedente, compiaciuto e rassegnato: «riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose…sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari». Una letteratura eccentrica, che forse cerca di riallinearsi al pubblico, oltre «la rivendicazione del non prendersi sul serio come unica linea di condotta». «Esistono due filoni nella narrativa recente, uno attento alla realtà e ai luoghi, l’altro che ha prospettive psicologiche», sostiene Mario Desiati, scrittore e direttore editoriale Fandango, per anni caporedattore di Nuovi Argomenti: «Abbiamo appena pubblicato tredici racconti spietati sulla famiglia di Gaia Manzini». Giulio Mozzi, consulente editoriale, riscatta il ruolo della fantasia: «Mi incuriosiscono i romanzi popolari (da Mazzucco a Mazzantini, a Brizzi) libri cospicui che, al di là della qualità letteraria, raccontano miti del presente. Mi colpisce chi sfugge al realismo: Laura Pugno (in Sirene, queste creature vengono allevate per la qualità della loro carne), Leonardo Colombari con Perceber, Tommaso Pincio e Massimiliano Parente. La macinatrice è un racconto ossessivo. Canti del caos di Moresco è un altro libro favoloso. Il romanzo realistico, invece, procede per tipologie e tende all’astrattezza: Robinson Crusoe è realista ma non va mai di corpo».

Una menzione speciale va a Roberto Saviano, per l’impegno civile, e alla raccolta dei racconti di Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti. Giorgio Vasta, palermitano del 1970, consulente editoriale di Bur e insegnante alla Scuola Holden, ha pubblicato l’anno scorso per MinimumFax il suo primo romanzo: «Parlano gutturali, gastrici, una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia. Esclamano. Il palermitano è una lingua esclamativa. Accade qualcosa, un fenomeno qualsiasi, e il palermitano comincia subito il suo assedio. Spesso è una sola frase ripetuta modificando l’intonazione, in litania… Ma sempre nella minaccia, nella rabbia. Perché per il palermitano dialettale ogni fatto è orrore». La terra vista dalla luna di Claudio Morici, invece, inizia in un reparto psichiatrico: lui nevrotico, lei reduce da un'overdose. Un'incontro che sposta la scena in Messico, alla ricerca della ragazza scomparsa che progetta un «turismo sessuale sostenibile». Marco Mistrali, infine, nato a Rimini nel 1981, ha vinto il Campiello con il suo primo romanzo, Senza coda (Fanucci 2005). Esiste da tempo, invece, una tendenza narrativa anche nella poesia, e qualche poeta, come Mary B. Tolusso, ha già collassato nella prosa.