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Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

L'artista, il poeta


Mostra a cura di Alberto Pellegatta e Flaminio Gualdoni

PALAZZO DELLA PERMANENTE
11/11/10 > 09/01/11 - Milano - Via Turati, 34

Catalogo SKIRA

L'esposizione propone un percorso parallelo fra arte e poesia, attraverso le opere di alcuni tra i maggiori artisti italiani del Novecento che più o meno continuativamente si sono espressi anche attraverso la parola poetica, indagando forme e cadenze della stessa o, più semplicemente, utilizzando la scrittura come uno studio preparatorio, un bozzetto. Venticinque artisti per una straordinaria rassegna che spalanca le porte alla produzione lirica e non solo pittorica. Tra temi storici, allegorici e poetici la rassegna ripercorre in modo attento e affascinante la dimensione inesplorata dell’inconscio poetico dei maggiori artisti italiani, pittori e scultori del secolo scorso, che hanno attinto non solo al sentimento e all’estro artistico ma anche all’intelletto della poetica letteraria.
In esposizione circa 80 opere tra sculture, dipinti e disegni, oltre a manoscritti assolutamente inediti e testi dispersi in edizioni introvabili, per riconoscere in questi versi l’arte pittorica e scultorea di alcuni fra gli autori più singolari e straordinari, giunti fino a noi attraverso le più importanti collezioni sia pubbliche sia private, e qui nelle sale della Permanente proposti in un percorso espositivo che rispecchia diligentemente il periodo cronologico stilistico cui le opere si riferiscono.
A testimonianza del lavoro e della ricerca di questa originale rassegna, unica nel suo genere per modalità di proposta, la scelta di accompagnare l’esposizione non con un semplice catalogo ma con una vera e propria antologia. (Edizioni Skira)

Artisti: Ardengo Soffici, Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Francesco Cangiullo, Ottone Rosai, Arturo Martini, Filippo De Pisis, Mino Maccari, Scipione, Francesco Messina, Luigi Bartolini, Fillia, Regina, Farfa, Fausto Melotti, Toti Scialoja, Luigi Broggini, Umberto Bellintani, Emilio Tadini, Ruggero Savinio, Alberto Ghinzani, Emilio Villa, Roberto Sanesi e Vicenzo Agnetti, Ugo Carrega

Jonathan Coe


L’ultimo romanzo dell’indimenticabile autore de La casa del sonno abbraccia temi di attualità come ecologia e crisi, incomprensioni e insensatezza («Abbiate un po’ di pietà per il Disadattato, che continua a lottare col cuore che gli scoppia nel petto»), solitudine e rapporti umani: «A mano a mano che invecchi, però, alcune amicizie ti sembrano sempre più ingiustificate. E un bel giorno ti chiedi: “A che servono?”. E allora interrompi i rapporti».

Maxwell attraversa un brutto momento e, in pessimi rapporti con la famiglia, accetta di viaggiare come rappresentante di una marca di spazzolini ecocompatibili. Un percorso che inizia con la voce del navigatore e termina nei recessi della mente. Un libro digressivo, lontano dall’ipnotica compattezza degli esordi. Una storia di depressione: «Mi ricordava un film dell’orrore che avevo visto alla tv da bambino. C’era quest’uomo intrappolato in una camera segreta in un grande castello antico, e il cattivo della storia tirava una leva che faceva abbassare il soffitto della camera facendolo calare lentamente su di lui». Ci sono, certamente, caratteri notevoli, come l’agente che si occupa di fornire alibi a clienti fedifraghi: «Ormai ci sono sempre più strumenti per mettersi in contatto con qualcuno, ma tutto lascia traccia. Ai vecchi tempi potevi scrivere una lettera d’amore a qualcuno e l’unico testimone sarebbe stata la persona che ti aveva visto infilarla nella buca delle lettere. Oggi invece, basta che mandi un paio di sms e te li ritrovi su una bolletta del telefono dettagliata. Puoi cancellare tutte le e-mail che vuoi dal tuo computer, ma saranno sempre salvate da qualche parte, in un grosso computer centrale chissà dove. Sono necessarie strategie sempre più elaborate e sofisticate se non vuoi essere beccato».

Magistrale il manifesto delle nuove generazioni: «ti rendi conto che, se c’è una cosa che la gente della mia età non sopporta di sentire, è gente della tua età che ci fa la predica sulla morale? Guarda il mondo intorno a te. Il mondo che voi ci avete lasciato in eredità. Credi che ci conceda qualche possibilità di fare le cose per principio? Sono stufa di sentir dire che la mia generazione non ha valori. Che siamo materialisti. Che ci manca ogni senso della politica. Lo sai perché succede? Prova un po’ a indovinare. Sì, risposta esatta: perché è così che ci avete educati! Saremo anche i figli della signora Thatcher, per quel che vi riguarda, ma siete voi quelli che hanno votato per lei, e più di una volta, e poi avete continuato a votare per tutti quelli che sono venuti dopo di lei, e ne hanno seguito pedissequamente le orme. Siete voi che ci avete educato a essere gli zombi consumisti che siamo». Una verità che sarebbe bene considerare quando si parla di giovani.

Jonathan Coe - I terribili segreti di Maxwell Sim - Feltrinelli

(da Quotidiano La Provincia, 13 Novembre 2010, p.59)

Gaie memorie


«Negli anni Settanta, a New York, nessuno si svegliava prima di mezzogiorno. Era una città al collasso, pericolosa, sudicia», iniziano così le memorie di Edmund White: un lungo apprendistato letterario. Amico e amante di numerosi intellettuali, in viaggio tra la Grande Mela, Roma e Venezia, l’autore descrive una storia decisamente gaia, ma non per questo meno interessante, ghiotta com’è di aneddoti e incontri con i personaggi più straordinari: da Nabokov a Chatwin, da Ashbery a Mapplethorpe, a Jasper Johns. Uno spaccato unico della società americana per una galleria di personaggi che hanno contribuito al progresso diventando miti. Un libro che, dietro all’apparenza frivola, nasconde riflessioni profonde e ha il pregio di non essere retorico, in «una combinazione di tenerezza, divertimento e rimpianto». Deciso a diventare uno scrittore, «per quanto scassato», White analizza il «potere del discorso» in termini sociologici e partecipati: una sorta di Arbasino pop.

Edmund White - Ragazzo di città - Playground

(da Quotidiano La Provincia, 23 Ottobre 2010, p.59)