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Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

IL PREMIO FOGAZZARO A ALBERTO PELLEGATTA

Ipotesi di felicità (Mondadori) di Alberto Pellegatta vince il Premio Antonio Fogazzaro


http://www.premioantoniofogazzaro.it/


 

Ipotesi di felicità (Mondadori) a Cordoba per Cosmopoetica 2018



Intervista all'ANSA
(qui


Inedito su Panorama


Panorama, 24 maggio 2018



IPOTESI DI FELICITÁ

 con Vivian Lamarque, Milo De Angelis, Mario Santagostini e Paolo Di Paolo a Leggermente, Lecco 16 marzo 2018



alla Sala del Grechetto/Sormani con Maurizio Cucchi e Alessandro Pancotti, Milano 17 aprile 2018




Mattinata larga, Paratassi, L’ombra della salute, e ora quest’ultimo, Ipotesi di felicità. Quattro libri - con Paratassi, di cui forse sanno solo gli happy few, per usare un’espressione cara a Montale - nell’arco di diciotto anni. L’esigenza quindi di pubblicare poco, pazientemente, con perizia. Un atteggiamento che stride con questi tempi in cui, perfino autori affermati, pubblicano voracemente.
«Mi piace riscoprire accentazioni picare e materiche grottesche… L’immagine nasce dalla combinazione sillabica. Per questo la cura del testo è sostanziale. Non deve procedere seguendo stili prêt-à-porter, ma aderendo all’immagine come se fosse tutto vero. Per dare conto del nostro presente, possiamo accelerare le cadenze, perché si avvertano i dislivelli dell’esistenza, e lasciare intuire un senso di cammino collettivo… Un poeta sonnambulo come me può apparire un testimone distaccato ma il suo intento è comprimere il linguaggio nel punto dove l’impulso lirico si strofina contro gli oggetti, da qui il momento breve e verticale, in cui l’immagine si addensa». Con queste parole Alberto Pellegatta, in occasione del convegno «Velocità della visione» del 2016, distingueva il suo lavoro in poesia. E in questo libro sembrano prendere forma tutte le affermazioni precedenti, come in «un buio congegno di impulsi» in cui il sogno del poeta - che è fatto di parole - diventa cantabile.
La natura è un verbo, un’allegoria, uno stampo, un lavoro di sbalzo, ci ricorda sempre Baudelaire. Da cui non rafforzare un concetto di sacro nel caso di Pellegatta, ma anzi non riconoscere altro fine che la conquista della felicità, sia anche e solo, appunto, una ipotesi. Potrei parlare di uno sfrenato desiderio di congetturare («Cosa vorranno da me? Dove avrò sbagliato? Farò funzionare le loro sveglie», «Non solo questo travestimento finale») unito a un rigore formale che fa sì che ogni parola trovi giustificazione, anche quando allusiva e mistificatrice o casta ma spietata. 
«Ma per disobbedire alla natura… non per ritrovare / l’equilibrio, non per creare piazze o tendenze» affinché a «poco a poco / diventi libertà» è necessario che questo addensamento dell’immagine tolga gli ormeggi, rompa i guinzagli, o meglio ancora si scrosti, riesca cioè a emanciparsi dal significato, ed è questo che rende la poesia di Alberto Pellegatta così lontana da chi non è disposto a concedere questo distacco. Quando afferma: «aderendo all’immagine come se fosse tutto vero», ecco che nascono quei versi perfetti che sono già delle poesie autonome dentro le poesie stesse, e tutto ciò è possibile facendo poesia in presa diretta, aderendo all’immagine come se fosse vera, sublimando il significato della parola: liberando la parola stessa dall’utilità immediata o convenzionale, dall’abitudine.
«Per certi morti la civetta è un fiore», cosa mai vorrà dire? Eppure, anche se non ne capiamo il significato, ne riconosciamo la bellezza. Non potrebbe essere un fiore su una tomba di un cimitero che assomiglia a una civetta? Ammesso che ci importi saperlo, scoprirlo.
«Cieli flessibili, risalite i litorali / come tori gelosi», non potrebbe essere una giornata di mare ventosa sulla spiaggia quando le nubi sembrano seguire la costa, rincorrendosi come tori pronti a caricare? Non sembrano, non sono forse proprio dei tori quelle nuvole minacciose, «gelose» e quindi impazienti poco prima del temporale?
«Non soltanto mobili da giardino / ma scene di ascelle e braccioli. / Presto un cieco colorerà fuori dai bordi / e i cani torneranno a volare», potrebbe essere come in quei primi disegni che fanno i bambini, dove è possibile vedere il tentativo del ritratto della famiglia con il cane, che magari non è perfettamente proporzionato e magari è disegnato sollevato da terra a mezza altezza nel foglio. Non sta forse volando per davvero quel cane, colorato fuori dai bordi?
«I tuoi occhi erano fondali / Senza audio. I pensieri coralli. Piangendo gonfiavi le maree». Il verso finale qui ci svela un pianto ma non potevamo già immaginare qualcosa da «i tuoi occhi erano fondali»? Non poteva già bastarci la poesia? È necessaria, questa mia interpretazione?
O ancora: «Statue senza colori indicano le finestre / hanno acconciature anni’70 / dei loro poeti / ci sembra più vicino Cavalcanti», qualcuno vuole provare? E poi: «Molta estate tra le foche», «Il cielo si abbassa sotto l’abbaiare dei cani».
Per esempio, la poesia che è sul retro di questo libro («Spaesato può diventare / sommergibile, mentre la città / piatta come un poster / pattina via simmetrica - / con le sue miniature violente»), credo che sia una delle più belle poesie o addirittura descrizioni di Milano. E a volte spaesati siamo un po’ tutti in questa città che corre, «pattina via», comunque sia, «simmetrica», regolarmente, che sembra avere da tempo dimenticato la sua storia, in continuo cambiamento, in favore di pose piatte, ferme alla superficie, patinate: da poster. E allora ci si può sentire a disagio, - e i poeti sono più deboli degli altri, registrano tutto sismograficamente ma hanno anche più forza… -, e allora si preferisce a volte diventare sommergibili piuttosto che districarsi tra le sue miniature violente fatte di dinamiche affaristiche, tra chi desidera atteggiarsi ma resta una miniatura.
Il protagonista di questo libro è il linguaggio, quella di Pellegatta è una ricerca priva di illusioni - a proposito proprio della ricerca della verità attraverso la poesia. Una concezione di poesia che rifugge “la vita in versi” e cerca immediatamente una sublimazione, per non concedere inestetismi insopportabili, che potrebbero fare arrossire l’autore. «Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile»: può non piacere ma l’originalità di questo lavoro e la qualità di questa poesia sembra non assomigliare a quella di nessun altro poeta italiano, e possiede i suoi fari tra gli esempi più alti, da Rimbaud, che a Pellegatta sembra stare sottopelle (più il Rimbaud delle Illuminazioni) fino a Eliot (più ne La terra desolata), in questo ultimo caso, direi per la lezione di assemblaggio di frammenti in grado poi di creare un corpus. Nel suo «fiume interrato ma potabile» scorrono richiami a tutta la grande tradizione della letteratura del nostro paese e straniera anche più recente - si veda Oltremanica Happiness di Jack Underwood -, nell’idea di una coralità finanche di tutte le arti. Che Pellegatta per altro frequenta scrivendo di pittura e scultura criticamente. Cercate i cataloghi che ha curato.
Non credo sia importante capire una poesia, ma permettere all’immaginazione di attivarsi. Lo si è definito un po’ surrealista, ma credo che Pellegatta sia l’ultimo simbolista o il primo di questi, in questi anni - se proprio si vuole trovare una suggestione artistica di questo tipo. È un poeta di impegno civile e politico dissimulato, le sue chiose a volte sono vere esortazioni, conclusioni criptiche; alcune sue poesie hanno il tono di precetti, in cui è evocato il suo disappunto, per una condizione della società che vorrebbe diversa o auspicabile; e accanto, situazioni di ogni giorno, rappresentate da piccoli fastidi, con diversi innesti che potrebbero appartenere perfino a possibili confessioni paradossali da articolo di cronaca nera, come nel verso: «L’ho ucciso perché fumava sotto le mie finestre». La sezione «Fine della geografia» si apre con la citazione: «Tutti partecipano al governo, anche i malinconici / che si sono suicidati per una pena d’amore».
Per quanto la sua poesia abbia nel verso e nelle strofe la sua forza, e anche questo la distingue per eleganza formale da molta della poesia contemporanea, nella quale la suddivisione strofica non si vede se non di rado, in questo libro la sezione «Zoologiche» si caratterizza dalle altre per l’utilizzo della prosa poetica. Leggendo queste prose sugli animali mi è tornato alla mente un racconto che ha però ben poco di orfico, intitolato L’elefante, il cane… di Charles Fourier. Un filosofo francese vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento che aveva teorizzato una sorta di socialismo utopistico. Forse ho trovato delle affinità tra Pellegatta e questo filosofo? E forse non solo per il suo bestiario fatto di animali sociali disinfettati dal lirismo.
Infine, il poemetto che dà il titolo al libro, in cui il poeta, pur sempre sorvegliato, cede al sentimento e, in prossimità del precipizio, con cadenza barbiturica, quasi in grado di non arrestarsi, attraversa i sei movimenti che lo compongono con la consapevolezza crescente che, se «alla fine annegano», ora «Non posso scrivere meglio di così».
Forse è vero che «siamo qui solo per l’italiano», anche se non è «un disturbo del sonno», anche se gli aerei non sono sufficienti a volte, ma essere qui è già molto, è già una ipotesi di felicità. Per arrivare a scrivere «in codice, senza verbi… come scriveremo tra decenni… pressioni di cerbiatti sulla neve». E comunque «il discorso deve essere interrotto / per diventare sopportabile». Altrimenti ci si emoziona.
Alessandro Pancotti



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recensito sull'ultimo numero di Caffè Michelangiolo


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