La mia foto
Alberto Pellegatta (Milano, 1978) ha pubblicato "Ipotesi di felicità" (2017) e "L’ombra della salute" (2011) nella collezione dello Specchio - Mondadori. Presente nelle antologie "I poeti di vent’anni" (Stampa, 2000), "Nuovissima poesia italiana" (Mondadori, 2004) e "Almanacco dello Specchio" (Mondadori, 2008), ha vinto la prima edizione del Premio Biennale Cetonaverde, il Premio Amici di Milano 2002 e il Premio Meda 2002. Scrive d’arte (L’artista, il poeta, catalogo Skira 2010) e collabora come critico con Gazzetta di Parma, Nuovi Argomenti, Quotidiano La Provincia e Juliet. È corrispondente dalla Spagna della rivista svizzera Galatea

La memoria dei vinti

(apparso sulla rivista svizzera GALATEA nel 2008)



Il matrimonio spagnolo




(apparso nel 2007 sulla rivista svizzera GALATEA)

Museo del Novecento di Milano: tutto da rifare




Giovani narratori italiani: De Majo






«Morire in una stanza a tre letti, mentre il condizionatore trasformava l’aria e convogliava l’acqua, e gocce di soluzione fisiologica, o di diuretici, o di antibiotici, percorrevano tubi di plastica per farsi strada nelle vene dei pazienti, e il suono dei clacson rimbombava da un incrocio vicino, e i resti di una cena prematura… stazionavano sui rispettivi comodini», incomincia dalla fine il romanzo d’esordio di Cristiano de Majo. La ricostruzione dell’opera di un giovane autore scomparso diventa il motore di una storia che coinvolge il lettore «empatico», come quello «che bada al sodo». Una scrittura che inchioda le scene a pochi gesti efficaci, lontana dall’«odiosa voglia di vivere dei napoletani». Napoli non rimane inerte sullo sfondo ma diventa ragione: «Quando sentivo notizie del genere o guardavo al telegiornale le irruzioni dimostrative della polizia, o passavo in rassegna le ripetitive scenografie degli omicidi, dovevo per forza di cose constatare come la città non fosse l’ordinato e malinconico centro mitteleuropeo in cui avrei desiderato vivere».
Un romanzo che si legge per il piacere dell’intreccio. La storia gira in un montaggio spietato che però lascia ampio margine al lettore. La “disperata” aderenza al reale (ricerca di documenti, catalogazione, sbobinamenti) è complice della finzione. Le immagini si innestano in sequenze descrittive: «Mentre andavamo, ascoltavamo la techno e i vetri erano sporchi di sabbia e il cielo era bianco come la crema Nivea», tra clacson che «grattavano come cacciaviti sulle finestre della nostra casa». Uno sguardo riconciliato («mia madre diede una festa per celebrare il suo addio alla scuola… La musica di Paolo Conte avrebbe fatto da sfondo a una serie di ripetitive recriminazioni sulla deriva populista italiana. Avremmo parlato degli italiani come specie inferiore, dell’ultimo editoriale di Scalfari, della presenza incombente di Licio Gelli negli ultimi cinquant’anni di storia italiana, degli errori di D’Alema… confessai a me stesso di non provare nessun sentimento di odio, disprezzo o sconfinata distanza intellettuale verso i sessantenni e le loro ingenue utopie retrospettive») ma disposto a opporre un messaggio forte: «le cose a cui faccio caso e in definitiva le cose di cui voglio parlare sono probabilmente cose a cui non presti nessuna attenzione… cose semplici».
Nessun eroismo, infine, ma qualche grado di mistero: «la paura di non essere in grado di fare un discorso civile, laddove la mia tensione civile si è affievolita e continua a evaporare. L’unica tensione di cui mi sento capace adesso è tutta interna e indescrivibile». Per questo «in tanti della nostra generazione – figli del ’68 e nipoti del boom economico – abbiamo scelto di esimerci dalla partecipazione alla vita economica del Paese, o meglio perché, durante o dopo gli studi, la nostra prima preoccupazione sia stata scoprire cosa volessimo fare davvero, cercando in modo nevrotico qualcosa che corrispondesse esattamente alla nostra taglia spirituale, come discendenti senza preoccupazioni di una nobiltà al potere, mentre le nostre presunte sicurezze economiche si stavano via via sgretolando».
Alberto Pellegatta


Vita e morte di un giovane impostore
scritta da me, il suo migliore amico
Ponte alle Grazie, pp.283, E.17,50


apparso su Gazzetta di Parma

Vila-Matas y Marechal

Qualche articolo che è uscito sui giornali:



(al.pe) Questo capolavoro argentino è una storia «entusiasta»: «Una bara di modesta fattura e tale leggerezza che sembrava portare non la carne sconfitta di un uomo, ma la delicata materia di un poema concluso. La primavera rideva sopra le tombe». Dietro ai personaggi intuiamo protagonisti della vita letteraria come Borges. Una scrittura raffinata, con suggestioni epiche: «Agreste lettore, se tra le tue virtù vantassi quella del volatile, sono certo che il tuo petto, soggiogato dalla meccanica dell’orgoglio, si sarebbe gonfiato dinanzi alla visione. Navi nere e roboanti, ancorate nel porto di Santa Maria di Buenos Aires, riversavano sui moli la messe industriale di due emisferi». Oltre la verticalità lirica dello stile, la narrazione riporta sempre rasoterra: «vago presentimento di luce… il mondo era una rosa, una melagrana, una pipa, un libro. Sospeso a metà fra la premura del sonno che ancora opprimeva la carne e il richiamo del mondo che già gli barbugliava i primi nomi». Un libro scattante, che sa rallentare per creare attrito

Leopoldo Marechal
Adán Buenosayres
Valecchi – 2011
pp.730 – euro21







L’ultimo romanzo di uno scrittore limpido, senza effetti speciali o ammiccamenti commerciali, ma con forse le uniche qualità necessarie all’artista, la fantasia e il gesto. Il personaggio di Enrique Vila-Matas, questa volta, è un ex-editore, un uomo colto ma inappagato, in crisi davanti alla confusione generata dai mezzi digitali. Un individuo schivo e ruvido, complesso e dall’«eroica fibra» che, tra le varie ossessioni, coltiva una sua teoria del romanzo: «i cinque elementi che considerava imprescindibili nel romanzo del futuro: intertestualità; relazioni con l’alta poesia; coscienza di un paesaggio morale in rovina; leggera superiorità dello stile sulla trama; scrittura vista come orologio che avanza». E così va alla ricerca dello scrittore geniale che non ha saputo pubblicare, un po’ narciso e maniacale, ex bevitore diventato misantropo, è in effetti un Ulisse «scardinato» . In una Barcellona incongruamente piovosa, Vila-Matas ambienta l’apocalissi dell’intelligenza, lasciando che il suo personaggio trovi riscatto nella letteratura, con i suoi amori disordinati - da Magris a Perec, dal cinema a Bob Dylan, dai francesi agli inglesi, da Paul Auster fino a risalire a Proust e Rimbaud, da Boccaccio a Blanchot, da Leopardi all’amato Yeats - che lo portano fino a Joyce, a Dublino, per celebrare il funerale della stampa («dovrà decidersi tra l’attività che presuppone lo sfogliare un libro – cioè rimanere ancora, eroicamente, nell’era Gutemberg - oppure fare una ricerca in Rete ed entrare in pieno nella rivoluzione digitale. Per qualche istante, prova la sensazione di trovarsi proprio nel centro del ponte immaginario che unisce le due epoche. E poi considera che, nel suo caso specifico, ricorrere al libro è più rapido, visto che ce l’ha lì, nella sua biblioteca… ricorda una frase di Cortázar udita misteriosamente nella metropolitana di Parigi: Un ponte è un uomo che attraversa un ponte»), abbandonandolo però ai suoi «fantasmi umidi», ai suoi sospiri: «L’acqua cade su Barcellona con sconosciuta rabbia e violenza. Lo pervade all’improvviso una sensazione di soffocamento e al tempo stesso gli sembra di essere perfettamente in grado di attraversare le pareti», mentre «nel pericoloso quartiere infantile che si trova ai confini della mente, lì dove sa che in ogni momento può perdersi per sempre… ricorda, per esempio, di avere un’intelligenza morale». Una scrittura drenante, che frena e fa attrito, e spesso sfora nella poesia e nella filosofia: «nulla ci dice dove ci troviamo e ogni momento è un luogo in cui non siamo mai stati», perché «è tipico dell’immaginazione trovarsi sempre alla fine di un’epoca». Un libro che contiene molti altri libri, divertente, a metà strada tra Moravia e Nabokov, passando per Mark Strand: «la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere».
Alberto Pellegatta
Enrique Vila-Matas
Dublinesque
Feltrinelli – 2011
pp.246 – e18

Sul Corriere della Sera

Corriere della Sera - Poesia


Alberto Pellegatta, 34 anni, critico e giornalista, che da alcuni anni è andato ad infoltire la colonia di giovani laureati italiani nell’operosa e ospitale Barcellona, come poeta si è rivelato molto presto. A 27 anni, nel 2005 ha vinto il premio Cetona Verde, biennale animata da Maurizio Cucchi che in quattro edizioni ha tolto dall’anonimato ben 40 giovani poeti promettenti. Nel 2002 Pellegatta aveva pubblicato Mattinata larga (LietoColle), con buone accoglienze. Ora conferma il suo talento con la seconda opera L’ombra della salute  (Mondadori, 2011, nella collana per under 35 de Lo Specchio, pagg. 29, euro 5). Si tratta di una composizione tematica di poesie filosofico/liriche con un sottofondo esistenziale/interrogativo, che prende l’avvio dalla visione del dipinto di Turner La salute che rappresenta la Chiesa della Salute di Venezia. I testi trattano il tema della salute nel contesto delle incertezze contemporanee, con sconfinamenti su altri piani corporei e mentali. Di fronte al poeta un orizzonte riflessivo/emotivo che vorrebbe riempirsi di serenità e non può. “Spariscono le rotte/ i risultati dipendono dalle distanze. Cambia/ la funzione della sera./ Non è cosa da uomini di mezza età,/ trasloca la liturgia, introduci il disordine”. Lo stile è pacato, ma secco e fulmineo. Pellegatta ha un controllo naturale della scrittura, che mutuando dallo specialismo diventa fabbrica espressiva meticciata di una perspicacia interpretativa della realtà, spesso invisibile all’occhio della semplicità o, peggio, dell’indifferenza. “Scriviamo senza calore/ non ciò che avreste voluto/ ma quello che non avete/ pensato. Non per riscatto/ ma per vendetta”. Arte coniugata con scienza a tamponare vuoti. L’esito è un tracciato di formazione e conoscenza.

L'ombra della salute su POESIA


Recensioni anche su CAPOVERSO, GRADIVA e PUNTO - Almanacco di poesia